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I MULINI DI
ASCONA
testo e foto di Luciano Carpanese
In un passato neanche troppo lontano, i
nostri vecchi percorrevano questo sentiero, i più con i sacchi sulle
spalle, altri con l’aiuto dei muli, per trasformare il frutto della
terra e del loro lavoro in un elemento necessario utilizzabile
nell’alimentazione quotidiana: la “farina”.
Fosse essa di grano, di granoturco, castagne o altro, era ottenuta
mediante macinazione a sfregamento, con una coppia di mole in pietra
montate su asse verticale a rotore diretto, mosso dalla forza
dell’acqua, a questo scopo incanalata e il cui afflusso ad ogni mulino
era regolata da chiuse verticali.
La gente di Ascona, allora molto più numerosa, raggruppata per famiglie,
aveva costruito sulle sponde del Rio Remorano, ben tre mulini, dei quali
purtroppo ne è rimasto quasi integro solo uno, il mulino di “mezzo”,
quello di “fondo” è completamente crollato e del mulino di “cima”, a cui
qualche anno fa è sprofondato il tetto, sono rimaste solo le
testimonianze fotografiche di queste pagine, nelle quali possiamo notare
lo stesso impianto strutturale comune agli altri mulini.
Il mulino era costituito da una tramoggia (a tramossena), cassa di legno
a forma di piramide rovesciata, ancorata al muro con un supporto
verticale che ne permetteva la rotazione, dentro la quale si rovesciava
il grano, che poi proseguiva il suo cammino in una conduttura sempre di
legno (a cassora) lievemente inclinata verso il basso, dalla quale
attraverso un altro condotto più piccolo (u butturezzu), che ne regolava
il flusso con il ritmo di rotazione, cadeva all’interno delle macine.
La macina, in pietra durissima, macinava quindi per sfregamento, mentre
la forza centrifuga spostava i chicchi di grano verso l’esterno
trasformandoli in farina. Questa convogliata da una protezione circolare
in legno (u sgarbassu), scendeva attraverso una canaletta (u farinellu)
in un cassone posizionato frontalmente, dove veniva messa nei sacchi.
IL MULINO DI MEZZO
Di questo antico strumento e della
sua storia, ci ha fornito utili notizie il sig. Barattini Agostino (per
tutti “Barba Stin”), anno 1911, il quale ricorda ancora i nomi dei
vecchi capifamiglia che lo utilizzavano: Barattini Fortunato (u Furtunin),
Barattini Francesco (u Fransescu), Barattini Giovanni (u Giuan),
Barattini Luigi (u Ferrà), Barattini Pietro (Peerettu), Barattini
Salvatore (u Sarvatu), Carpanese Emilio (u Carpaneise), Laneri Giovanni
(u Bellu), Laneri Pietro (u Falegnamme).
Probabilmente quello di “Mezzo” è quello meglio conservato perché fu
rifatto negli anni 1919-1920 su un mulino esistente. Furono sostituite
le molecon altre dismesse in località “sotto Ertola” (frazione di
Rezzoaglio), dette “francesi” peril tipo di pietra e di battitura.
Dopo la sostituzione delle mole, sistemate da un certo “Pellegrin” di
Santo Stefan, non funzionando molto bene, fu chiamato “Pinun da Rocca”
dal comune di Ferriere, il quale fece rifare i coppi del rotore,
realizzati in faggio, alla costruzione dei quali partecipavano in molti,
utilizzando il legno locale.
Dopo aver battuto le mole, il mulino continuò a funzionare egregiamente
per molti anni, riuscendo a macinare fino a 80 kg di grano per ora.
L’arte della battitura delle mole fu acquistata dai due artigiani più
apprezzati del paese, il falegname Laneri Pietro e il fabbro Barattini
Antonio.
Le mole venivano battute 1 volta all’anno mentre la centratura
dell’albero e della mola superiore (rotante) su quella inferiore
(fissa), veniva effettuata ogni volta che era necessario. Questa
operazione si chiamava “messa a rucchetta”.
In un periodo più recente (anni ’50-60) vennero sostituiti i coppi e
l’albero in legno (ne possiamo vedere un esempio nella foto del mulino
di cima) con l’albero e i coppi in ferro realizzati da Renzo, fabbro di
Rezzoaglio.
Questa scelta fu dettata anche dalla mancanza, nei dintorni, di faggio
adatto allo scopo oltre che dalla probabile mancanza di mano d’opera
essendo il paese in parte già spopolato e dai tempi e quindi costi di
realizzazione.
Le macinature più consistenti (di grano) venivano effettuate in
primavera inoltrata, a maggio e in Ottobre.
Il granturco si macinava in tutte le stagioni, ogni volta che era
necessario, mentre le castagne si macinavano in Dicembre.
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Il Mulino di Mezzo |
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Ecco come si presenta a chi arriva il Mulino di Mezzo, mimetizzato tra la vegetazione |
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Mulino di Cima |
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Ciò che resta dell’asse verticale con rotore in legno (mancano i coppi) del Mulino di Cima |
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Mulino di Cima |
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Cosi si presentava l’interno qualche anno fa, purtroppo ora sepolto dalle macerie |
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Mulino di Cima |
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In primo piano la macina con il foro di entrata del grano e la copertura circolare in legno, detta “sgarbasso”, per trattenere la farina. La tramoggia sul tipico supporto rotante e sullo sfondo una vecchia macina sulla quale si intravede al centro l’impronta a chiave che ne permetteva la rotazione |
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Mulino di Cima |
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Ancora un immagine del Mulino di Cima che testimonia quanto lavoro deve avere fatto nel tempo, reso evidente dalla lucente levigatura della mola dismessa, appoggiata alla parete. Da notare il rappezzo realizzato in lamiera zincata e chiodini effettuato nell’angolo inferiore della tramoggia, dalla quale penzola “a cassora” |
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Mulino di Mezzo |
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Cosi è stato trovato qualche anno fa come se fosse pronto a riprendere il lavoro interrotto |
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Mulino di Mezzo |
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Le dimensioni di questa mole fanno pensare alle fatiche e all’ingegno necessario per poterle trasportare, con i mezzi di allora, in luoghi cosi lontani |
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Mulino di Mezzo |
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Particolare dell’albero in ferro con coppi in lamiera calandrata. Il canale di alimentazione, in legno, probabilmente è ancora l’originale |
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Mulino di Mezzo |
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Ancora una vista dell’albero in ferro realizzato da Renzo, del Mulino di Mezzo |
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Mulino di Mezzo |
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Particolare della macina detta francese con lo “sgarbassu” solevato da uno curioso sgabello |
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L'antica via dei Mulini di Ascona |
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